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Gilmour tra Pink Floyd e presente

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Firenze, 3 agosto 2006 - Passano gli anni, ma il lato oscuro della luna raccoglie sempre applausi e ovazioni. «The Dark Side of The Moon» dei Pink Floyd, che negli anni ’70 ha rivoluzionato il mondo del rock tanto da essere considerato un disco spartiacque, è ancora vivo e presente nei cuori di migliaia di appassionati. Lo sa anche David Gilmor, una delle quattro (poi tre) anime di quella formazione nata a Cambridge negli anni ’60.

Quindi, anche se Gilmour è arrivato in Italia sull’onda di un nuovo album (ieri a Firenze in piazza Santa Croce, domani e sabato a Venezia in piazza San Marco), i Pink Floyd e i loro successi rimangono uno dei modi migliori per conquistare un pubblico a caccia di miti e di sensazioni spesso vissute solo con l’ascolto dei dischi. Per questo il respiro, «Breathe», seconda traccia di quel fortunato disco è stato il logico inizio del concerto di Firenze (al quale hanno assistito 7000 persone circa) con un altro classico dei Pink Floyd, «Time».

Eppure Gimour, proprio perché liberato da una gabbia dorata ma condizionante da un punto di vista artistico, ha avuto un importante e personale successo con il disco “On an Island”, il cui repertorio ha occupato inizialmente buona parte del concerto. Un album eccellente in cui il cantante/chitarrista spazia dal folk all’elettronica con risultati all’altezza delle sue cose migliori. Un cd prodotto oltre che da lui stesso, da Phil Manzanera (ieri sul palco con Gilmour) e Chris Thomas, e che raccoglie un qualificatissimo gruppo di amici). La musica di questo album si colloca tra il folk e l’elettronica che mai come in questo caso tracciano una strada perfettamente logica musicalmente ed artisticamente. Per questo brani come la stessa “On An Island” e “Castellorizzon” sono stati accolti molti bene, così come “This Heaven” e “Where We Start”.

Ascoltando queste musiche non è possibile non andare ai momenti migliori della band di Cambridge ma Gilmour, se ancora servisse, si dimostra musicista di valore anche al di fuori dei Pink Floyd. Voce perfetta, chitarre magnifiche, atmosfere meditative e di tensione che Gilmour approfondisce da sempre. Nei nuovi pezzi c’è sicuramente più possibilità di uscire dalla macchina pinkfloydiana e dai suoi rigidi schemi.

Schemi che però un pubblico esigente e cresciuto con gli album dei Pink Floyd (e forse venuto proprio per questo repertorio) chiede a gran voce. Così insieme a un’altra anima dello storico gruppo, Richard Wright alle tastiere, ecco che “Shine On You Crazy Diamond” colpisce duro cuore e pancia di chi ama l’album “Wish You Were Here” e il personaggio Syd Barrett, scomparso pochi giorni fa a 60 anni.

Il predecessore di Gilmour nei Pink Floyd è d’altra parte il convitato di pietra della serata. In suo onore si suonano brani sia del primo periodo («Fat Old Sun» dal capolavoro «Atom Heart Mother») sia di quello più tardo. Meno legato alle atmosfere dell’amico/rivale Roger Waters, che trovano in “The Wall” il linguaggio più significativo, Gilmour può lavorare sulle sfumature strumentali e lanciarsi in melodie accattivanti. Qualche nuvola nasconde la luna, ma lo sguardo è rivolto al palco, e a chi ne celebra il suo lato oscuro, sempre affascinante.

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